Cosa rende Roger Federer così speciale

Siamo a fine giugno e come di consueto questo è il periodo in cui il mondo del Tennis si ferma ad ammirare la sfilata di campioni che si contendono il più prestigioso torneo del mondo: Wimbledon. Tutti coloro che amano il Tennis sognano di poter calcare almeno una volta nella vita quei meravigliosi campi. L’atmosfera unica, quel campo storico teatro di sfide leggendarie e quell’odore inconfondibile di erba appena rasata che solo chi ha avuto il privilegio di viverlo può descrivere. Tutto questo e molto altro alimenta ogni anno il mito centenario del torneo londinese e chi oggi meglio veste i panni di ambasciatore è Roger Federer. Rolex, da sempre l’orologio ufficiale del torneo, ha scelto da anni il campione come uomo immagine. Stile, classe, resistenza al passare del tempo. Un binomio veramente inscindibile.

Ma cosa dicono di lui campioni come Rod Laver e Chris Evert…

“Non si scompone. Ha un tempismo perfetto. I suoi record dicono tutto. Ha vinto più Major in assoluto. È eccezionale. Ha talento, genialità e un tocco magico. Padroneggia tutti i colpi. Calmo, padrone di sé, concentrato. Nulla lo turba. Gioca sempre d’anticipo, istintivamente. Il suo gioco e il suo carattere ti fanno tifare per lui. Un grande atleta e un gran signore. Vince con classe ed eleganza. Regala momenti di puro spettacolo. Mai visto nessuno così. È speciale.”

Come il suo orologio.

 

We are at the end of June and as usual this is the period in which the world of Tennis stops to admire the parade of champions vie for the most prestigious tournament in the world, Wimbledon. All those who love the tennis dream of being able to scale at least once in your life those wonderful fields. The unique atmosphere, the historical field of theater challenges the legendary and unmistakable smell of grass just shaved that only those who had the privilege of living it can describe. All this and much more is fueling the myth centenary year of the tournament in London and who better today plays the role of ambassador is Roger Federer. Rolex has always been the official watch of the tournament, chose the sample for years as a man image. Style, class, resistance to the passage of time. A combination really inseparable.

But what people say about him samples as Rod Laver and Chris Evert …

“It breaks down. Has perfect timing. His record says it all. Has won more Major ever.’s Great. Has talent, genius and a magical touch. Wield all the shots. Calm, self-possessed, focused. Nothing the disturbs. Play always in advance, instinctively. his game and his character make you cheer for him. a great athlete and a great gentleman. Vince with class and elegance. Delivers moments of pure entertainment. never seen anyone like that.’s special . ”

Like his watch.

Ferrari 375 Plus. Nel cofano il motore che consacrò al mondo il mito Ferrari

La Ferrari 375 F1 è la vettura con cui la Scuderia Ferrari ha preso parte al Campionato mondiale di Formula 1 1951. Essa ha rappresentato la tappa finale dello sviluppo del V12 aspirato da 4 500 cm³ dopo la 275 F1 e la 340 F1.

La sua evoluzione fu infatti installata sulle 375 MM e dopo un ulteriore sviluppo, con la cilindrata passata da 4,5 L a 5 L, questo propulsore fu montato sulla 375 Plus.

A lei si deve la prima vittoria della Scuderia Ferrari in una gara valevole per il Campionato Mondiale di Formula 1 ad opera di Froilan Gonzalez nel Gran Premio di Gran Bretagna 1951.

La 375 Plus è stata un’autovettura da competizione prodotta dalla Ferrari nel 1954 in soli 8 (otto…) esemplari.

Il motore del modello derivava da quello progettato da Aurelio Lampredi per il Campionato mondiale di Formula Uno del 1951. Quest’ultimo propulsore era un V12 da 380 CV di potenza.

Il modello, carrozzato da Pininfarina, fu voluto da Enzo Ferrari per tentare di conquistare il Campionato del Mondo Sport Prototipi che vinse nel 1954. In questo Campionato la “375 Plus” si aggiudicò la 1000 km di Buenos Aires, la 24 Ore di Le Mans e la Carrera Panamericana.

Il motore (anteriore) era un V12 a 60º e la cilindrata totale 4954,34 cm³. La potenza massima erogata dal propulsore era di 330 CV a 6000 giri.
La distribuzione era formata da un singolo albero a camme in testa che comandava due valvole per cilindro. L’alimentazione era assicurata da tre carburatori di marca Weber e modello 46 DCF/3.

La trazione era posteriore. Il telaio era tubolare in acciaio. La velocità massima raggiunta dalla “375 Plus” era di 280 km/h.

 

Panerai all’asta di Sotheby’s. Il Record viene da molto molto lontano…

Il fatto: Sotheby’s, Ginevra 14 maggio 2014. Record di sempre per la vendita di un orologio Panerai: un rarissimo esemplare di Luminor in acciaio inossidabile del 1955 è stato battuto la cifra record di circa 348.000 euro (Base d’asta di 180.000/360.000 CHF).

Gli orologi Panerai d’epoca sono oramai oggetto di aste combattutissime, si tratta spesso di esemplari unici considerata la rarità di ogni pezzo. Sono oggetti indubbiamente affascinanti per la loro inconfondibile linea e l’aspetto retrò ma anche senza tempo. Sono amati per la loro storia legata indissolubilmente al dramma della seconda guerra mondiale ed evocano immagini leggendarie, di uomini straordinari, eroi del nostro tempo.

Il Luminor venduto a Ginevra è un 6152/1 all’incirca del 1955, con cassa in acciaio inossidabile e ponte a protezione della corona. Ha un movimento a carica manuale, fondello a vite, quadrante nero con indici lineari e cifre ai punti cardinali. Ma quello che lo ha reso “più unico” degli altri Luminor dello stesso periodo, è la lunetta girevole in policarbonato trasparente. Una lunetta staccabile mai vista prima e di cui non se ne conosce l’entrata in produzione.

Il Luminor dei record è appartenuto all’Ammiraglio Gino Birindelli e dopo la sua morte, avventura nel 2008, i suoi eredi hanno deciso di cederlo all’asta. Per comprendere meglio il perché del grande fascino che suscita questo orologio e l’intera produzione “bellica” di Panerai basta leggere qualche riga tratta dalle memorie autobiografiche lasciateci dallo stesso Birindelli nel suo libro “Vita di Marinaio”: <<……Noi andavamo in mare al mattino assai presto ed alla sera a buio fitto, dedicando il lavoro nelle ore di luce al continuo perfezionamento di ogni strumento e quello notturno all’addestramento alle vere e proprie operazioni belliche, di cui studiavamo le tattiche. … Al Serchio si era creata, in modo vero, profondo e sincero, quella “banda di fratelli che costituiva un ideale dei giovani allievi dell’Accademia Navale” ed essere uniti come consanguinei non era retorica, come non lo era il volere dare in ogni possibile modo tutto quello che si poteva ad un’Italia che amavamo sopra ogni cosa. Là si creò quello “spirito del Serchio” che nessuno di noi ha mai potuto dimenticare…>>.

Ma cosa ha originato storicamente la nascita di queste squadre di ardimentosi sommozzatori? L’inizio del grande sviluppo dell’incursione subacquea risale però al 1935, quando la guerra d’Etiopia sconvolse gli equilibri politici fino a quel momento esistenti; è in quell’anno infatti che due ufficiali, Teseo Tesei ed Elios Toschi, iniziarono a mettere mano a un progetto che nei loro intenti doveva servire a colmare la disparità di mezzi tra la Regia Marina e la più potente forza navale dell’epoca, la Royal Navy, in quel periodo fortemente presente nel Mar Mediterraneo. Venne così costituita la 1ª Flottiglia MAS comandata dal capitano di fregata Paolo Aloisi, incaricata di organizzare i mezzi d’assalto della Marina, cosa che iniziò verso la fine dell’aprile 1939 in una tenuta della famiglia Salviati situata nei dintorni della foce del fiume Serchio. Inoltre nel 1936, vennero realizzati i primi esemplari di barchini progettati da Aimone di Savoia-Aosta, comandante di GeneralMAS, dalla quale dipendevano sia la 1ª Flottiglia MAS che le motosiluranti.

Il punto di partenza furono le versioni rinnovate dei MAS e i siluri. Nell’idea di Toschi e Tesei il siluro diventava un mezzo di incursione subacquea. Nacque così l’SLC (siluro a lenta corsa): siluri elettrici in grado di trasportare due uomini oltre alla testa esplosiva sganciabile, che veniva fissata dai due operatori alla chiglia della nave nemica.
Questo mezzo è meglio noto con il nomignolo di maiale: l’origine del soprannome è incerta e da una parte vi è la forma goffa del mezzo, dall’altra il fatto che erano mezzi lenti e poco agili.

Fornendo ufficialmente la Marina Militare Italiana dal 1938, Panerai ha iniziato questa collaborazione sin dal primo conflitto mondiale con la produzione di vari strumenti nautici di misurazione tattica. A quanto pare ha svolto così egregiamente questo compito che la marina Militare Italiana ha iniziato a commissionare ordini per orologi subacquei navali a cominciare dagli anni 30, che si sono trasformati velocemente in vere proprie forniture di stock destinati ad innumerevoli missioni fino alla Seconda Guerra Mondiale ed oltre.

Con il 3646 alla fine degli anni ’30, Panerai ora ha cominciato ad utilizzare movimenti Rolex sugli orologi subacquei, in quanto la casa svizzera era in possesso del movimento resistente all’acqua più affidabile dell’epoca. Innovazioni come ad esempio la leva di bloccaggio della corona fecero la loro comparsa sui modelli 6152 alla metà degli anni ’50, compreso questo.

Ma, ciò che rende questo 6152 così particolare è l’incisione “Brevetto Officine Panerai” sul fondello.

Questa particolare caratteristica aumenta la probabilità che l’orologio sia stato commissionato con speciali caratteristiche e destinato ad un funzionario Navale di alto rango ritiratosi da tempo dai pericoli della guerra e rimasto a svolgere le sue funzioni in tempo di pace. Tempo scandito così egregiamente che l’Ammiraglio Gino Birindelli si è preso molta cura del suo Panerai viste le eccezionali condizioni di conservazione.

Dal sito Panerai ecco dove tutto comincia…

1860 NASCE IL LABORATORIO DI OFFICINE PANERAI
Giovanni Panerai apre il suo negozio di orologeria a Firenze, sul Ponte alle Grazie: negozio e laboratorio, ma anche prima scuola di orologeria della città; da qui comincia la storia di Officine Panerai. Il negozio si trasferirà poi nella sua sede attuale, all’interno del Palazzo Arcivescovile in Piazza San Giovanni, per prendere nei primi del ‘900 il nome di “Orologeria Svizzera”.

1916
OFFICINE PANERAI DEPOSITA IL BREVETTO DEL RADIOMIR
Per soddisfare le necessità militari della Regia Marina con cui già da alcuni anni collabora, Officine Panerai crea il Radiomir, una polvere a base di radio che consente di rendere luminosi quadranti di strumenti e congegni di mira. Il riferimento al nome “Radiomir” è documentato nel supplemento del brevetto depositato in Francia il 23 marzo del 1916. L’alta visibilità che offriva questa sostanza e l’ottima tenuta della vernice sott’acqua rendono da subito la pasta al radio un elemento centrale della produzione di Officine Panerai. Quello del Radiomir sarà il primo dei numerosi brevetti registrati che contraddistinguono la storia di innovazione di Panerai.

1936
IL PRIMO PROTOTIPO DI RADIOMIR
Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Panerai crea i primi prototipi del modello che prenderà il nome di Radiomir per gli incursori del Comando del 1° Gruppo Sommergibili della Regia Marina Italiana. Tale modello ancora oggi possiede molte delle caratteristiche di un tempo: cassa di grandi dimensioni (47 mm) in acciaio con forma a cuscino, numeri e indici luminescenti, anse a filo saldate alla cassa, movimento meccanico a carica manuale, largo cinturino resistente all’acqua e sufficientemente lungo per essere allacciato sopra la tuta indossata dagli incursori. Dagli archivi storici della Marina si apprende che questi prototipi vennero prodotti nel 1936, in appena dieci esemplari.

1938
IL RADIOMIR, UN MODELLO IN CONTINUA EVOLUZIONE
La vera e propria produzione del modello di Radiomir con le caratteristiche del 1936 avviene due anni dopo. Per implementare le funzionalità dei prototipi, Officine Panerai lavora ad alcune modifiche e comincia a produrre un nuovo modello di Radiomir. Il suo quadrante è costituito da piastre sovrapposte con indici e numeri traforati, così da rendere la vernice al radio più leggibile e luminescente; mentre le anse, a filo, vengono realizzate con una barretta metallica piegata alle due estremità e saldata alla carrure. Un’altra novità, per migliorare la visibilità subacquea, riguarda la numerazione del quadrante che presenta solo 4 grandi numeri arabi ai punti cardinali e una serie di indici, le lancette di ore e minuti, senza quella dei piccoli secondi.

1940
LA CASSA RADIOMIR 1940
Le necessità della Marina si fanno sempre più specifiche: gli orologi devono stare per diverso tempo sott’acqua e in condizioni estreme, per cui deve essere garantita la resistenza a forti sollecitazioni. Per andare incontro a tali necessità, le anse si ricavano dal blocco unico di acciaio come la cassa, per resistere meglio sott’acqua ed essere più robuste Alcuni modelli di Radiomir presentano la forma a cuscino della carrure con gli spigoli più pronunciati sui fianchi, un generale ridimensionamento delle singole parti e la corona a vite cilindrica a tubetto anziché tronco conica: a queste caratteristiche si ispirano le Special Edition Radiomir 1940 presentate al Salone dell’Alta Orologeria del 2012.

1943
IL MARE NOSTRUM
Officine Panerai presenta il prototipo di un modello destinato agli ufficiali di coperta: il Mare Nostrum, un cronografo a due contatori, di cui si ipotizza siano stati approntati dai due ai tre pezzi di cui restano solo alcune fotografie e un unico esemplare ritrovato nel 2005. È nei primi anni ’40 che cominciano gli studi e la progettazione di uno dei tratti fondamentali del design del marchio fiorentino: il dispositivo a ponte con leva proteggi corona, una sorta di mezza luna d’acciaio utile a evitare le infiltrazioni nella cassa e a proteggere la guarnizione della corona dalle continue sollecitazioni per caricare l’orologio.

1949
IL LUMINOR SOSTITUISCE IL RADIOMIR
Alla pasta a base di radio subentra una nuova sostanza auto luminosa: il Luminor. A base di trizio (isotopo dell’idrogeno), tale composto viene protetto da brevetto registrato l’11 gennaio del 1949 con il marchio “Luminor”. Dal nome di questa sostanza appena brevettata, Officine Panerai prende ispirazione per l’altro suo modello storico dopo l’orologio Radiomir, il Luminor appunto.

1950
LA CASSA LUMINOR
Si compie definitivamente l’evoluzione dal modello Radiomir al Luminor. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’azienda fiorentina prosegue quel percorso di ricerca tecnica cominciato con l’inizio del conflitto, arrivando a concepire il Luminor. Le sue caratteristiche principali sono: il ponte proteggi corona, le anse irrobustite e ricavate dallo stesso blocco d’acciaio della cassa, la forma della carrure a cuscino come nel Radiomir 1940 e la lunetta piatta e più larga. Oggi i modelli con questa cassa vengono presentati come Luminor 1950.

1956
OFFICINE PANERAI REALIZZA L’“EGIZIANO”
Panerai realizza per la Marina Militare Egiziana un orologio conosciuto come “Egiziano”, caratterizzato da dimensioni (il diametro della cassa è di 60 millimetri) e robustezza eccezionali: a grande tenuta stagna e dotato di lunetta indicizzata per calcolare il tempo di immersione. Nel corso dello stesso anno viene depositato il brevetto del ponte proteggi corona che appariva nei prototipi e nei documenti delle forniture di Panerai alla Marina Militare, diventando così il segno distintivo dei modelli Luminor e del DNA del marchio fiorentino.

1972
UN ANNO DI TRANSIZIONE PER OFFICINE PANERAI
Viene a mancare Giuseppe Panerai, figlio di Guido, e l’azienda familiare, con il proprio patrimonio di forniture alla Marina a lungo coperte da segreto militare, passa sotto la direzione dell’ingegner Dino Zei che cambia denominazione sociale, da “G.Panerai & Figlio” in “Officine Panerai Srl”, come appariva sin dai primi modelli. Un altro capitolo della produzione di Officine Panerai riguarda gli strumenti realizzati per la Marina Militare: già da molti anni, infatti, venivano fornite bussole, profondimetri da polso e torce subacquee a compensazione di pressione per avere una resistenza migliore nelle profondità degli abissi.

1993
LA PRIMA COLLEZIONE DI OFFICINE PANERAI
Officine Panerai presenta al pubblico una collezione di tre serie di orologi in edizione limitata: il Luminor, il Luminor Marina e il Mare Nostrum che si ispiravano agli storici modelli creati per gli incursori della Seconda Guerra Mondiale, diventando da subito oggetto di culto per molti collezionisti e appassionati. La presentazione della collezione avviene nel Settembre del 1993 sull’incrociatore della Marina Militare Italiana “Durand De La Penne”, alla presenza del Duca Amedeo D’Aosta.

1997
OFFICINE PANERAI DIVENTA PROTAGONISTA DEL MERCATO DELL’ALTA OROLOGERIA
Officine Panerai viene acquisita dal Gruppo Richemont (all’epoca Vendôme Group) con la conseguente apertura di una rete selezionata di distributori in Italia; l’anno successivo esordisce nel mercato internazionale dell’alta orologeria. La collezione era composta da due modelli: il Luminor e il Luminor Marina in tre versioni. La versione del Mare Nostrum, già proposta nel 1993, viene ripresentata in una nuova versione con il fondello pieno serrato a vite e la minuteria all’esterno del cerchio delle ore.

2001
OFFICINE PANERAI: IL RITORNO ALLE ORIGINI
Dopo un accurato restauro riapre la storica boutique Panerai: nella sede storica di Piazza San Giovanni a Firenze. Questa Bottega d’Arte costituisce un punto di incontro per gli appassionati e i collezionisti della marca che qui trovano orologi in edizione speciale e produzioni particolari che Panerai riserva in esclusiva alle sue boutique.

2002
NASCE LA MANIFATTURA PANERAI A NEUCHÂTEL
Quest’anno è fondamentale per Officine Panerai, viene infatti inaugurata la Manifattura Panerai a Neuchâtel, in Svizzera: l’alta orologeria svizzera, il design esclusivo e l’abilità tecnica si combinano in un unico luogo di progettazione, sviluppo e continua ricerca di nuovi orizzonti tecnici e funzionali. Sempre nel 2002, Officine Panerai inaugura la sua prima boutique in Asia, ad Hong Kong, nel prestigioso Landmark Prince’s Building.

2005
IL PRIMO MOVIMENTO IN-HOUSE DI OFFICINE PANERAI
Officine Panerai lancia il primo movimento in-house, il P.2002: un calibro manuale con funzione GMT e riserva di carica di otto giorni, una lunga autonomia di carica così come nei movimenti Angelus utilizzati negli anni ‘40. Questo calibro prende il nome dall’anno in cui Officine Panerai ha inaugurato la sua Manifattura, tributo all’arte orologiera del marchio fiorentino.

2007
OFFICINE PANERAI PRESENTA NUOVI CALIBRI IN-HOUSE
Vengono presentati tre nuovi calibri concepiti e sviluppati interamente da Officine Panerai: il P.2003, il P.2004 e l’innovativo P.2005. Il P.2005 è caratterizzato da un raffinato tourbillon che il marchio fiorentino ha interpretato, facendo sua la tradizione di questa complicazione dell’alta orologeria e innovandone il dispositivo: infatti, la gabbia che contiene il bilanciere e lo scappamento ruotano intorno ad un’asse che non è parallelo a quello del bilanciere, bensì perpendicolare. A differenza dei tourbillon tradizionali in cui la gabbia compie una rotazione al minuto, quella del tourbillon di Officine Panerai compie una rotazione in trenta secondi.

2008
OFFICINE PANERAI LANCIA I CALIBRI IN-HOUSE P.9000 E P.2006
Officine Panerai presenta i movimenti P.9000 e P.2006, entrambi i calibri sono progettati e prodotti dal marchio fiorentino. Il calibro P.9000, caratterizzato principalmente dalle 72 ore di riserva di carica, è montato su una serie di modelli Luminor 1950 e Radiomir, mentre il P.2006 è un’evoluzione del P.2004, calibro cronografico monopulsante cui è stata aggiunta la funzione rattrappante, governata da un secondo pulsante posto ad ore 10.

2009
OFFICINE PANERAI E L’AMORE PER IL MARE
Per celebrare il legame con il mare, Officine Panerai ha acquistato e restaurato Eilean, il ketch bermudiano del 1936 costruito nei leggendari cantieri Fife. Ci sono voluti ben tre anni per riportare Eilean al mare e alla sua bellezza originaria, grazie al sapiente restauro del cantiere Francesco Del Carlo di Viareggio. Dopo 40.000 ore di lavoro, il 22 ottobre, viene organizzata la cerimonia di varo presso la Sezione Velica della Marina Militare di La Spezia. Sotto i riflettori degli appassionati del marchio fiorentino c’è la ri-edizione dell’ “Egiziano”, il modello che nel 1956 Panerai aveva realizzato per la Marina Militare Egiziana.

2010
TRIBUTO A GALILEO GALILEI
In occasione del 400° anniversario delle sue prime osservazioni celesti, Officine Panerai dedica al genio toscano di Galileo Galilei un trittico di modelli eccezionalmente complicati: l’Astronomo, lo Scienziato e l’orologio planetario Jupiterium. Il Jupiterium Panerai è un orologio-planetario con calendario perpetuo che mostra, secondo il sistema geocentrico come modello astronomico, le posizioni sulla sfera celeste del Sole, della Luna e di Giove con i cosiddetti Pianeti Medicei, cioè i suoi quattro principali satelliti, osservati per la prima volta da Galileo Galilei nel 1610 grazie all’invenzione del telescopio e oggi noti come Io, Europa, Ganimede e Callisto. Al Salone Internazionale dell’Alta Orologeria di Ginevra, Officine Panerai lancia il movimento in-house P.999 e il primo orologio in Panerai Composite.

2011
OFFICINE PANERAI PRESENTA L’OROLOGIO IN BRONZO
Officine Panerai presenta il Luminor Submersible 1950 3 Days Automatic Bronzo, utilizzando per la prima volta un elemento che deve il suo fascino all’aspetto vissuto che assume nel tempo, e che da sempre richiama il mondo del mare cui Officine Panerai è storicamente legata. Nasce, inoltre, il movimento in-house P.3000, espressione dell’arte manifatturiera del marchio fiorentino. Officine Panerai apre la sua trentesima boutique a Bal Harbour, in Florida.

2011
OFFICINE PANERAI PRESENTA L’OROLOGIO IN BRONZO
Officine Panerai presenta il Luminor Submersible 1950 3 Days Automatic Bronzo, utilizzando per la prima volta un elemento che deve il suo fascino all’aspetto vissuto che assume nel tempo, e che da sempre richiama il mondo del mare cui Officine Panerai è storicamente legata. Nasce, inoltre, il movimento in-house P.3000, espressione dell’arte manifatturiera del marchio fiorentino. Officine Panerai apre la sua trentesima boutique a Bal Harbour, in Florida.

2013
TRE NUOVI MOVIMENTI IN-HOUSE RACCONTANO LA CONTINUA EVOLUZIONE DI OFFICINE PANERAI
Officine Panerai lancia tre nuovi movimenti in-house: il calibro P.9100, il primo movimento Panerai a carica automatica con funzione cronografica flyback, il raffinato calibro P.9100/R con Regatta countdown e il P.5000, il nuovo movimento a carica manuale con otto giorni di riserva di carica. La nuova collezione, inoltre, ripropone il grande fascino storico della cassa Radiomir 1940 e una nuova gamma di Submersible. Al Salone Internazionale dell’Alta Orologeria di Ginevra, Officine Panerai presenta il Pocket Watch Tourbillon GMT Ceramica, uno straordinario orologio da tasca in ceramica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tudor Montecarlo prima serie 1970

Oggi posiamo l’attenzione sui primi crono prodotti da Tudor. Siamo negli ’70 e lo stile richiama alla gloriosa F1 del tempo e più precisamente al Gran Premio di Montecarlo. Parliamo di Tudor Montecarlo o Exotic Dial Ref. 7031 con lunetta tachimetrica in bachelite. La referenza 7032 fu prodotta con lunetta in metallo.

Il quadrante di entrambi è caratterizzato da indici a casetta luminescenti “homeplate”, il movimento piuttosto povero strutturato su un sistema a navette calibro 7734 valjoux.

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Il quadrante nero è sicuramente il più raro e più ricercato. Il bracciale prima serie è il 7836 finali ancorati al bracciale 280/282, i pulsanti sono mille righe.

 

 

 

 

Marcello Gandini, il padre delle Supercar

Fu capo-designer della Bertone sino al 1980, quando la abbandonò per dedicarsi all’attività di freelance-designer. Succeduto al coetaneo Giorgetto Giugiaro alla carrozzeria Bertone, disegnò le più apprezzate sportive italiane degli anni ’60 e ’70, tra le quali la celebre Lamborghini Miura, l’Alfa Romeo Montreal, la Lancia Stratos, la Fiat X1/9 e la Lamborghini Countach.

Nato il 26 agosto 1938 a Torino, Gandini appartiene ad un trio di famosi designer automobilistici italiani tutti nati lo stesso anno, pochi mesi l’uno dall’altro, con Giorgetto Giugiaro e Leonardo Fioravanti.
Della carriera di Gandini impressiona la variegata e lussureggiante lista di costruttori d’auto che hanno bussato alla sua porta, nomi come Alfa Romeo, BMW, Bugatti, Citroën, De Tomaso, Ferrari & Dino, Fiat, Lamborghini, Lancia, Maserati e Renault.
La carriera di Gandini ebbe il suo momento focale quando nel 1965 l’allora capo progettista di Bertone, Giorgetto Giugiaro, si trasferì alla Carrozzeria Ghia. Gandini entrò quindi nella posizione di Giugiaro, lavorando per Bertone fino al 1980, firmando il periodo più importante della sua carriera.

Una cosa di Gandini dovrebbe forse essere meglio nota e cioè la sperimentazione e introduzione del concetto di porte a “forbice” presentato al mondo nel 1968 con lo splendido prototipo Alfa Romeo 33 Carabo. Per questo dovrebbe effettivamente essere riconosciuto come uno dei padri fondatori della moderna supercar italiana, responsabile per la progettazione sia per la Lamborghini Miura che per la Countach alla Bertone. Colpisce il fatto che queste due vetture non potrebbero sembrare più diverse; la Miura è liscia e fluida, mentre la Countach è tagliente e spigolosa, eppure escono dalla stessa matita del designer e per lo stesso marchio, l’una dietro l’altra.

 

Quando si valuta tutto il lavoro di Gandini, si nota che i suoi disegni sono tipicamente angolari, fondono linee rette e angoli. Considerando o meno questo il frutto della ciclicità della moda automobilistica, ci sorprende una dichiarazione dello stesso designer in un’intervista rilasciata nel 2009 nella quale dichiara che i suoi “interessi progettuali si concentrano su architettura del veicolo, costruzione, montaggio e meccanismi. Non l’aspetto”. Questo in sostanza il messaggio contenuto in ogni sua creazione, un insieme di soluzioni tecniche che sfociano in una linea intrinsecamente bella.

Un’altra pietra miliare del designer e anche una delle sue più famose creature è la Lancia Stratos, opera tra le più ambite dai collezionisti, è iniziata con lo sviluppo di una concept car per il salone di Torino 1970. Presentata come progetto di autovettura sportiva a motore centrale (era quello di una Lancia Fulvia recuperato in una demolizione), di concezione avveniristica per quei tempi, suscitò subito grande interesse da parte dei vertici della squadra corse della Lancia, guidata da Cesare Fiorio, in cerca della sostituta della Lancia Fulvia nei rally. Per questo motivo nacque la Stratos HF (che sta per High Fidelity), la prima automobile di serie specificamente progettata per i rally. Nella versione definitiva, sia il motore che la trasmissione erano quelli della Ferrari Dino 246, i quali, abbinati a un telaio monoscocca centrale in acciaio, resero la Stratos un’automobile sportiva imbattibile nei rally degli anni ’70.

Nel 1967, anno in cui cadeva il centenario della Federazione Canadese, tutte le nazioni del mondo parteciparono all’Esposizione Universale di Montreal presentando le migliori realizzazioni nei vari campi della scienza e della tecnica. Come unica casa automobilistica a essere invitata, l’Alfa Romeo si presentò con una dream car, definita testualmente “la massima aspirazione dell’uomo in fatto di automobili”. Nasce l’Alfa Romeo Montreal, prodotta tra il 1972 e il 1977.

Tra i progetti più recenti di Gandini sono la Lamborghini Diablo e la Bugatti EB110, che rappresenta ancora oggi una tra le più veloci vetture di produzione esistenti.. Una cosa è certa, Gandini è giustamente celebrato come una delle maggiori autorità mondiali di car design.

 

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Svizzera: alla ricerca delle polveri radioattive usate nei vecchi laboratori orologieri

Sono alla ricerca in Svizzera tra 60 e 80 vecchi laboratori per orologi che usavano vernici luminescenti radioattive.
Si tratta di piccoli laboratori che non avevano mai chiesto autorizzazioni e che successivamente trasformati in appartamenti potrebbero ancora ospitare tracce della polvere contaminata sul pavimento o sui muri.

Il radio rappresenta un rischio a lungo termine perché ha un periodo di dimezzamento di 1.600 anni, ovviamente ciò non vuol dire che se ne possano disperdere le tracce. Alcuni di questi piccoli laboratori avrebbero utilizzato del radio senza autorizzazione prima del 1963, data della prima regolamentazione tecnica.

Nell’arco di un anno, le autorità elvetiche verificheranno i vecchi siti di queste imprese e di quelle che lavoravano la sostanza radioattiva legalmente “per escludere ogni rischio sanitario per chi vive o lavora attualmente in questi edifici”.

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Kenny Roberts: un marziano americano in Europa

Siamo sul finire degli anni settanta, nel 1974 precisamente, in Olanda un giovane pilota americano scende in pista nella classe 250 fortemente raccomandato dalla Yamaha. Dicono vada fortissimo negli USA su quelle mostruose moto due tempi che corrono sugli ovali sterrati senza freni, “il ragazzo va forte come il vento”, dicono i giapponesi. “Ok mettiamogli a disposizione una wild card, come si chiama?…”, si chiama Kenny Roberts. Pronti, partenza, via: arriva terzo.

Da quel momento in avanti il suo nome non è stato più dimenticato. Pochi anni dopo, nel 1978, vinceva il suo primo mondiale nella 500 seguito da altri due nel ’79 e ’80. Ma che razza di fenomeno è questo? Nasceva a quei tempi un nuovo modo di guidare, inventato da Jarno Saarinen. Uno stile eccentrico con tutto il corpo fuori dalla moto a fare da contrappeso verso il centro della curva e il ginocchio a sfiorare la pista. Purtroppo il finlandese morì nel ’73 con Pasolini a Monza nell’anno che tutti ricordano come horribilis per il motociclismo, ma l’eredità di Jarno e Paso scivolò in mano al giovane Kenny che non se la lasciò sfuggire e aprì la grande stagione del motociclismo moderno.

Le moto da 4 passarono a 2 tempi, piccoli missili giapponesi a due ruote. Moto quasi inguidabili grazie ad una erogazione che il 2 tempi rendeva ingestibile. Una coppia motore racchiusa in una manciata di giri che selezionava i piloti con la grazia di una mannaia. Terminò la grande stagione della MV Agusta e del grande Giacomo Agostini che passò alla Yamaha due tempi un attimo prima dell’arrivo di Kenny per poi chiudere la sua carriera unica. Da Kenny in poi le corse degli anni ’80 sfornarono campioni marcati USA uno dietro l’altro: Spencer, Lawson, Rainey, Mamola, Schwantz solo per citarne alcuni. Erano tempi in cui le moto si chiamavano solo Yamaha, Honda e Suzuki e i piloti erano pazzi scriteriati ma affascinanti come eroi. Oggi le cose sono molto cambiate e le moto ancora di più; si guidano molto meglio e sono 4 tempi. Hanno il doppio dei cavalli ma sono docili e ben ammaestrati, inoltre l’elettronica la fa da padrone e gestisce ogni cosa. Mancano molto però quei tempi e i loro miti. Se per quei piloti di una volta non possiamo che sfogliare gli album o il web, per le moto la cosa è diversa. Puoi andare a caccia del mito e rivivere quella emozione. Puoi salire sulla Yamaha RD500LC Kenny Roberts replica del 1984 e immergerti in quegli anni. Questa è la moto che fece più parlare di sé nel 1984 e che concluse quest’era romantica. Quasi un azzardo, una scommessa che celebrava anche il ritiro del campione americano avvenuto proprio in quell’anno. Bene, la scommessa fu vinta e da allora questa moto e le successive concorrenti Suzuki RGV Gamma 500 e Honda NS400 sono entrate nel mito.

 

 

Bonhams: battuta la Lamborghini Countach Periscopica a 1.2 milioni di dollari

Greenwich Connecticut, 2 giugno 2014. Un’asta da standing ovation con la vendita totale di oltre 8 milioni di dollari batte il record dell’anno scorso di oltre il 40%  e con oltre Il 93% dei lotti offerti aggiudicati. Una Lamborghini Countach LP 400 Periscopica del ’75 è stata venduta a più di 1.2 milioni di dollari ad un offerente seduto in sala che ha battuto oltre una dozzina di offerte al telefono da tutto il mondo, raddoppiando la sua alta stima di prevendita e infrangendo il precedente record mondiale per una Countach che Bonhams ha aggiudicato a Quail Lodge nel mese di agosto del 2013. Un altro offerente in sala ha trionfato nel concorso per una splendida Jaguar E -Type Series 1 – 3.8 litri Roadster del 1961, tra le primissime costruite con guida a sinistra venduta per 335.500 dollari.

Sono state offerte oltre un centinaio di auto da collezione in un giorno, attirando offerenti da tutto il pianeta con quasi una dozzina di paesi rappresentati che erano in competizione con i collezionisti presenti. Una Fiat Abarth 750 Bialbero Coupè del ’59 è stata venduta per 203.500 dollari, una Jaguar XK150S 3.4 litri Roadster del ’59  venduta anch’essa per $ 203,500 .

“E ‘stata una affluenza record all’asta Greenwich quest’anno” ha commentato Rupert Banner, Vice President e capo della divisione autovetture Bonhams East Coast. “Siamo stati lieti e onorati di vedere innalzato il livello qualitativo delle auto portate in offerta quest’anno e vogliamo estendere i nostri più sinceri ringraziamenti a tutti i partecipanti, gli organizzatori dell’evento e la clientela sempre fedele che ha partecipato”.

Una Rolls Royce Silver Ghost Piccadilly Roadster del 1925, una vettura elegante con alle spalle una serie di importanti collezionisti come Alton Walker , venduta per 250.000 dollari e la Amilcar CGSS del 1927 due posti sportiva appartenuta a Otto Zipper e William Harrah, che ha partecipato alla Mille Miglia venduta per 191.400 dollari, un nuovo record mondiale per il modello.

 

 

 

La Stoddard Dayton Modello 10K “Tonneau” del 1910 è stata aggiudicata venduta per 170.500 dollari. Una  Maserati 3500 GTi Coupé Superleggera del ’63 mai restaurata è stata acquisita per 176.000 dollari e addirittura una Volvo 1800ES Sport Waggon del ’73 con soli 13.000 km originali è stata venduta per 92.000 dollari , un nuovo record mondiale per un’automobile Volvo.

 

A contorno sono stati messi all’asta oltre 250 lotti di memorabilia. Cimeli Porsche e ricambi molto rari hanno trovato i loro nuovi collezionisti. Un manuale originale Porsche 356 Speedster è stato venduto per 4.000 dollari contro una stima di 200/400. Oltre il 98 % dei lotti sono stati aggiudicati a dimostrazione che il pubblico sa sempre cosa aspettarsi dalle aste automobilistiche Bonhams.

La Ferrari Dino 308 GT4

La Dino 308 GT4 fu presentata al Salone di Parigi del 1973: era un modello 2+2 che andava a completare la gamma Dino, dove erano già presenti le due posti 206, 246 GT e GTS. Ai modelli 308 GT4 furono dati numeri di telaio pari, tipici delle Dino. Questa caratteristica rimase anche quando la produzione proseguì con la vera evoluzione delle 246 GT/GTS: la 308 GTB/GTS.

Prodotta per sette anni, fino al 1980, fu sostituita dal modello Mondial 8. Come per la Dino 246, i numeri della sigla si riferivano alla cilindrata totale del propulsore ed al numero dei cilindri, in questo caso tre litri e otto cilindri, mentre il “quattro” riguardava il numero dei posti disponibili. Fu il primo modello 2+2 a motore centrale e la prima vettura stradale di serie con motore V8.

Nel 1975 fu lanciato un modello riservato al mercato italiano: la 208 GT4, dotata di motore V8 da due litri a causa delle rigide norme fiscali italiane. Fu realizzata anche una versione per il mercato americano, distinguibile dai paraurti conformi alle norme USA e dalle luci laterali presenti sui parafanghi anteriori e posteriori.Stranamente le linee di questa macchina furono realizzate da Bertone e non da Pininfarina. Quando nel 1974 i modelli 246 GT/GTS uscirono di produzione, la Dino 308 GT4 fu l’unico modello rimasto nella gamma Dino. Furono realizzati un totale di 2826 esemplari di 308 GT4 e 840 di 208.

Nel design si potevano notare dei piacevoli dettagli come le prese d’aria a forma di boomerang sui montanti posteriori che delimitavano i finestrini. La linea generale era molto tesa e ben equilibrata.

Il motore V8 aveva una configurazione a 90 gradi, con doppi alberi a camme in testa per bancata comandati da una cinghia. La cilindrata totale era di 2926cc. La potenza dichiarata variava dai 255 cavalli delle prime vetture destinate al mercato europeo ai 205 cv delle macchine vendute negli Stati Uniti e dotate di convertitore catalitico. La versione da due litri riservata al mercato italiano aveva una potenza dichiarata di 180 cv.

Ferrari 250 GTO: ascoltare per credere…

Quando si pensa ad una Ferrari la nostra mente si riempie di immagini… Di linee armoniose, di bellezza, di piloti e di piste… Ma non può certamente sentire l’urlo che quei cilindri sono in grado di produrre. Ne possiamo immaginare le vibrazioni che il motore scatena sul telaio e sotto il sedere di chi ha la fortuna di poggiare le proprie chiappe su un mito come la 250 GTO. Quegli scoppi irregolari che il 12 cilindri emette al minimo si trasformano in un grido di battaglia che farebbe drizzare i peli anche al più incallito dei piloti.

La 250 GTO fu il punto più alto dello sviluppo raggiunto dalla 250 GT nei modelli da competizione, pur rimanendo una vettura utilizzabile anche su strade normali. Fece il suo debutto in pubblico alla consueta conferenza stampa che precedeva l’inizio della stagione, nel gennaio 1962, ed era l’unico modello presente con il motore davanti: tutte le sue cugine, monoposto e vetture Sport, presentavano il propulsore in posizione centrale. L’esemplare esposto in quell’occasione era privo dello spoiler in coda, che fu però aggiunto prima del debutto nelle competizioni, avvenuto in marzo sul circuito statunitense di Sebring. In quella 12 Ore che inaugurò la carriera sportiva della macchina, la GTO fu condotta dalla coppia Phil Hill – Oliver Gendebien e terminò la corsa al secondo posto, dietro alla Vettura Sport 250 Testa Rossa, vincendo facilmente la categoria GT: una prestazione notevole per un modello al debutto, che fece da fondamenta per tutto ciò che fu conquistato nei tre anni successivi.

L’unità motrice era essenzialmente una versione a specifiche 250 Testa Rossa del V 12 da tre litri con singolo albero a camme in testa per bancata di cilindri, progettato da Gioachino Colombo, con alesaggio e corsa di 73mm x 58,8mm ma lubrificazione a carter secco e numero di riferimento interno 168 Comp/62. Le candele d’accensione erano situate all’esterno della “V” del blocco motore, l’alimentazione era assicurata da una batteria di sei carburatori doppio corpo Weber 38 DCN, era presente una doppia bobina e i distributori d’accensione si trovavano nella zona posteriore dell’unità motrice. La potenza dichiarata era di circa 300 CV. Il motore era abbinato ad un nuovo cambio di velocità a cinque rapporti sincronizzati con una torretta di selezione a settori, sita nell’abitacolo, molto simile a quelle utilizzate nei modelli Sport da competizione dalla metà degli anni cinquanta. Il moto era trasferito mediante l’albero di trasmissione al ponte rigido posteriore, dotato di parallelogramma di Watt. Come si confaceva ad una vettura destinata alle competizioni, l’assale posteriore era disponibile con un’ampia gamma di rapporti.

La forma dei corpi vettura in alluminio progettati e costruiti da Scaglietti cambiò pochissimo durante il periodo di produzione, che andò dal 1962 al 1964, ad eccezione di un esemplare unico carrozzato con le linee della 330 LM Berlinetta e delle ultime tre vetture della serie: queste macchine furono vestite con una carrozzeria disegnata da Pininfarina e costruita sempre da Scaglietti.

I primi sviluppi del nuovo modello furono mantenuti segreti, e Giotto Bizzarrini fu incaricato di realizzare una vettura in grado di battere la Jaguar “E” Type.

Alla sua prima uscita sul circuito di Monza nel settembre 1961, prima del Gran Premio d’Italia, la macchina si guadagnò il soprannome di “Mostro”, a causa del suo corpo vettura realizzato in modo piuttosto raffazzonato. Durante le sessioni di prova, la macchina fu guidata da Stirling Moss e fece segnare dei tempi formidabili: prestazioni che la 250 GT “passo corto” non era mai riuscita ad avvicinare. Più tardi quell’anno avvenne in Ferrari la famosa “rivoluzione di palazzo” e Bizzarrini si ritrovò fuori dall’azienda: la costruzione definitiva del corpo vettura fu affidata a Sergio Scaglietti, che ci regalò la forma definitiva della GTO.

Tra i numerosi successi internazionali della 250 GTO ci furono le vittorie nel Tour de France 1963 e 1964, la conquista del primato nella categoria “GT” della Targa Florio 1962 – 1963 – 1964, le affermazioni al Tourist Trophy di Goodwood 1962 e 1963, la vittoria nella categoria “GT” a Le Mans nel 1962 – 1963 e alla 1000 chilometri del Nuerburgring nel 1963 – 1964. 

La 250 GTO fu l’espressione più elevata delle vetture Ferrari 250 GT: si sentiva ugualmente a suo agio in pista o su strada ed è stata forse l’ultima macchina prodotta in piccola serie a vantare questa peculiarità. Tra gli appassionati del marchio Ferrari, la GTO ha raggiunto uno status leggendario. Con una relativamente piccola serie di trentasei vetture, molte delle quali con notevole palmarès sportivo, è diventata una delle icone nella storia produttiva della Ferrari, e la sua fama l’ha messa in una posizione di primissimo piano tra la cerchia dei collezionisti.